venerdì 5 agosto 2016

Arco. Storie ordinarie di lampade leggendarie

Nel 1970 Achille Castiglioni spiegava alla rivista di design Ottagono come era nata l’idea dell’Arco. Nello stesso anno nascevo io, PuntiLuce. Arco faceva già parte della mia famiglia dal 1964.
“Pensavamo a una lampada che proiettasse la luce sul tavolo: ce ne erano già, ma bisognava girarci dietro. Perché lasciasse spazio attorno al tavolo la base doveva essere lontana almeno due metri”, così dichiarava Castiglioni in quell’intervista. Io allora ero troppo piccola per comprendere  cosa intendesse esattamente ma fin dai miei primi anni di vita ebbi modo di verificare, a modo mio, parte delle caratteristiche di quella lampada pensata per il tavolo da cucina o da lavoro ma che i miei, non avendo forse letto quell’intervista del ’70,  avevano collocato nel salotto. Puntava su di un piccolo e inutile tavolino di vetro posizionato di fronte al divano e adagiato su un bel tappeto, allora si usava così. Scivolare sul tappeto, schiantarsi contro il tavolino di vetro era un attimo. Urtare il riflettore altrettanto probabile. Ricordo che durante le festività papà spostava il riflettore contro il muro. Nostro era il compito di evitare che ondeggiando colpisse ora il mobile del salotto, ora il muro. Quando quel riflettore erà lì, immobile, in prossimità della parete sapevamo che le nostre teste sarebbero stata al sicuro almeno per tutta la durata delle festività.

“Non ci sarà mica il terremoto?”, diceva mamma immaginando di percepire una vibrazione del palazzo. Arco, che era in grado di captare ogni minimo spostamento d’aria, era il nostro speciale sismografo di famiglia. Se Arco si ergeva impassibile sulle nostre teste tiravamo un sospiro di sollievo.
Non ero in grado allora di apprezzare appieno la bellezza di quella lampada che sarebbe poi diventata per me negli anni a venire un irrinunciabile oggetto di culto. Perché le avrei altrimenti dedicato questa specie di peana che sto scrivendo e una poesia che giace in fondo ad un cassetto e che forse finirà nella biblioteca degli inediti del ministro Franceschini?

Tutto in quella lampada è perfetto, nulla è lasciato al caso: la struttura arcuata è fatta di tre pezzi di acciaio che scorrono l’uno nell’altro, si allungano fino a due metri dalla base, consentono di posizionare il riflettore a tre altezze diverse e di poter collocare liberamente il tavolo in una stanza senza tener conto dell’attacco a soffitto; la base è in marmo con i profili smussati per non urtarci e gli fa da contrappeso; un foro permette di sollevare il basamento con maggiore facilità (una cinquantina di kili di marmo che ho potuto apprezzare interamente durante il recente trasloco) .

Quella lampada si trova ora nella mia cucina e mai potrei rinunciarvi. Illumina il tavolo perfettamente.  La calotta è doppia. Sì, lo so che quella fissa è forata per facilitarne il raffreddamento ma il gioco di luci che quei fori proiettano sul soffitto della mia cucina quando accendo quella lampada ha qualcosa di magico. Mi siedo a tavola e ogni volta mi pare di stare sotto una volta di bolle di luce. L’emozione è grandissima. Nell’anello di alluminio lucidato ci vedo riflessa la finestra e a volte mi ci rifletto persino io.

1 commento:

  1. Dalla descrizione sembra davvero ottima il marmo rende pregiatissina la lampada dalle bolle di luce!! La voglio anche io !!

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